Cronaca
Incredibile

Nonnismo in caserma: caporale degli Alpini ordina a un commilitone di masturbarsi

E per umiliarlo ancora di più gli ha imposto di portare le prove del "gesto"...

Nonnismo in caserma: caporale degli Alpini ordina a un commilitone di masturbarsi
Cronaca Belluno, 02 Marzo 2022 ore 10:18

Il 37enne ha costretto alcuni volontari di ferma breve a pesanti atti goliardici, scherzi, offese, umiliazioni e anche gesti che sono poi risultati qualcosa di più...

Nonnismo in caserma: caporale degli Alpini ordina a un commilitone di masturbarsi

Si scrive nonnismo, ma lo si può leggere senza timori di smentita come una vera e propria violenza. In questo caso a sfondo sessuale. O meglio è questo l'argomento trattato in Corte d'Appello a Venezia, dove era imputato un caporal maggiore 37enne di origini siciliane ma, all'epoca dei fatti, operante alla caserma "Salsa" di Belluno. Era il 2010 quando il 37enne (ora espulso dall'Esercito è un imprenditore) prima in servizio a Bolzano e poi a Belluno, mentre addestrava commilitoni, aveva costretto a pesanti goliardate 13 volontari a ferma breve.

Per i giudici d'Appello la condanna richiesta, comunque, era troppo alta e stimando le condotte di minore gravità, ma senza concedere le attenuanti, la condanna per l'ex alpino è di due anni e nove mesi. Scherzi, offese, insulti, umiliazioni, e l'ordine di scrivere con un pennarello sui genitali di un commilitone "sei il mio gioco". Ma non solo. C'è un altro episodio contestato, questa volta più grave. Quando si trovava al poligono del Reggimento alpini di Venzone, infatti, sempre nello stesso anno, aveva ordinato a un commilitone di masturbarsi dietro una siepe per poi portare le prove del gesto, per "dimostrare di essere un uomo".

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A far venire a galla questi episodi fu un contrasto con un superiore, il quale ordinò ai commilitoni del caporale di relazione su presunti abusi. Il fascicolo finì al Tribunale militare di Verona, il caporale venne rinviato a giudizio per reati di violenza privata e minaccia. Ma poi i giudici militari optarono per deviare il procedimento verso la Procura ordinaria di Belluno, proprio in virtù dello spettro della violenza sessuale. Nel marzo del 2016 arrivò la condanna in primo grado a sei anni, poi ridotta in appello, come detto, a due anni e nove mesi.

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